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FIRENZE

Jules Maidoff, Arte come totem

Il Museo Marino Marini ospita la mostra dell'artista americano Jules Maidoff  con profonde radici a Firenze, dal titolo  “Pittura come Totem”. L’esposizione, curata da Giuliano Serafini, presenta al pubblico circa 70 opere realizzate dall’artista dagli anni Novanta ad oggi, per la maggior parte dipinti ma anche disegni e ceramiche.

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figliastro FIRENZE, settembre 2008  - <L’arte non è la realtà. La pittura non è la realtà. Quest’ultima è sempre stata un pretesto per fare arte. Un buon dipinto è come un totem, la presenza fisica di un’idea>. Muove da questo pensiero il processo poetico di Jules Maidoff, l'artista americano con profonde radici a Firenze, a cui il Museo Marini dedica la mostra "Arte come totem", in programma fino al 25 ottobre. Le settanta opere esposte e realizzate dagli anni Novanta ad oggi raccontano lo scambio tra realtà e fantasia che nella sua pittura si è fatto sempre più intenso. L'allestimento, curato da Giuliano Serafini, comprende disegni e ceramiche. Nella sua pittura il colore è lo strumento fondamentale: l’azzurro-lapislazzulo, il verde-smeraldo, il giallo-ambra, il viola-ametista, il rosso-piropo. Colori dell’anima e dei sensi che danno forma a dipinti carichi di pigmento, a strati, pieni di testura, densi di immagini, inebrianti, abbondanti. Al suo opposto i disegni diventano leggeri, quasi aria:<Il peso che riempie i quadri e che lega la loro danza inebriante alla terra è svanito - spiega Maidoff _. Le immagini sono libere>. Il suo percorso artistico procede con coerenza, pur in una straordinaria iconografia fortemente diversificata, sempre capace di rispondente alle questioni più spinose del nostro tempo.
Maidoff arrivò per la prima volta in Italia nel ’56 grazie ad una borsa di studio. Da quel momento la sua vita non sarebbe stata più la stessa: <Sentii che l’Italia mi apparteneva>, racconta. A Firenze fondò una delle più importanti scuole internazionali di arte in Europa, la Saci (Studio Arts Center International) che in 33 anni di attività ha formato migliaia di giovani, passando dai 12 studenti del 1975 agli attuali 700.
Artista figurativo, la critica gli riconosce “la fantasia straripante di uno Chagall, l’inventiva esplosiva ed inesauribile di un Max Ernst, l’ironia e l’icasticità di un Dix o di un Maccari, il senso drammatico di Francis Bacon”. Benché visionario, la sua non è comunque un’arte di evasione, per quanto fantasiosa e a tratti ludica. Le sue opere vanno alla sostanza delle cose, portando in evidenza le contraddizioni, le umane follie, il fango delle volgarità sociali, le questioni e le problematiche della nostra epoca.

Nella sua arte ci sono tutti i segni lasciati dalla sua vita.'Nato nel 1933 a New York, nel popolare quartiere del Bronx, da una famiglia di origini russo-rumeno-ebree, fin dall’infanzia Maidoff sentì che creare immagini era per un lui un imperativo. I primi ricordi che riguardano l’arte si riferiscono ad alcune xilografie che illustravano il Libro dell’Esodo. La lettura annuale dei testi Pasquali Ebraici e l’aprirsi della porta, nella casa dei nonni, per consentire all’Angelo della Morte di bere nel proprio calice, rappresentavano momenti di intensa drammaticità: “La mescolanza di riti ed immagini era una metafora pregnante dell’attraversamento della vita, una metafora che mi ha dato la misura del potere e degli effetti che le arti visive hanno sulle persone. Le immagini divennero per me un modo di affrontare la vita”.
 

Prima il liceo artistico a Manhattan, frequentando tutti i luoghi dell’arte della New York del tempo, poi la Cooper Union Art School e il City College, infine la decisione di iscriversi all’Università, “perché ritengo ancora adesso che l’artista ha il dovere di essere preparato intellettualmente”. Fu in quel periodo che Maidoff iniziò a fare il graphic design per alcune televisioni dalla Abc alla Warbd. Poi la borsa di studio Fulbright per l’Italia. Il soggiorno a Firenze segnò l’inizio di un cammino di indagine artistica tuttora centrale nel lavoro di Maidoff: “Mi resi conto di quanto fosse difficile creare un vero quadro, combinando il contenuto sensuale con la tecnica”. Firenze risorgeva dopo la guerra: “Giravo come un matto tutto il giorno e la notte per le strade e per i musei, mi comprai una Topolino tipo C del ‘39”. Dopo un anno, ritornato a New York, Maidoff iniziò ad esporre e allo stesso tempo i suoi lavori diventano copertine per le più importanti case discografiche del tempo. In breve incontrò un grande successo, lavorò come graphic design per il cinema e la musica. Una vita brillante, al top, ma Maidoff iniziò a chiedersi se l’eccitante scena culturale di New York fossea veramente ciò che voleva. Dopo alcuni viaggi in Italia, nel 1969, iniziò a progettare il suo trasferimento in Italia che avviene in via definitiva nel 1973 (con moglie, bambini e cane), in occasione del suo quarantesimo anno. Sono di quegli anni le mostre con i galleristi e fratelli Montanucci ad Orvieto e nella mitica galleria il Grifo a Roma.

<Jules Maidoff è presenza creativa di grande rigore - spiega Cristina Acidini, soprintendente per il patrimonio artistico, storico ed etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Firenze -, che ha proseguito per la sua strada senza accettare compromessi, anzi dando spazio in esclusiva alla propria ispirazione: che è poi risposta, empatica e polemica al tempo stesso, alle infinite sollecitazioni di una società globale in rapido mutamento di cui Maidoff è, come sempre i migliori artisti, sensibile ascoltatore e interprete. La sua pittura, non lo nascondo, mi turba. Un disegno sicuro governa la costruzione delle composizioni, che tuttavia si rivelano turbolente e imprevedibili, di volta in volta espressive di movimenti rapidi e violenti, di pienezze carnali dilapidate, di sorrisi finiti in tragedia. Una “allegria di naufragi”, per dirla col titolo di una celebre poesia di Giuseppe Ungaretti, scritta in tempo di guerra nel 1917, che mi vien da prendere in prestito per definire la complessità dell’atmosfera dei quadri di Maidoff, che adombrano sprofondamenti e rinascite: “ E subito riprende / il viaggio / come / dopo il naufragio / un superstite / lupo di mare”. <I suoi personaggi, e lui con loro, lottano con i gorghi di tratti e di colori che vorrebbero risucchiarli e ridurli al grado zero dell’espressione informale, - continua il sovrintendente - eppure eccoli che riemergono rivendicando una forma, pur labile e provvisoria, pur incompleta e allusiva, fantasma di una fragile salvezza. Sono tutti Ulisse e sono tutti Jules (Julysses?), viaggiatori indomiti nelle acque agitate della pittura. Non a caso per Maidoff – lo leggo in una sua intervista, schietta e rivelatrice - la Zattera della Medusa di Théodore Géricault è stata ed è un quadro di grande importanza.

La mostra è corredata da un catalogo bilingue, a cura di Angelo Pontecorboli Editore, con testi di Giuliano Serafini, Cristina Acidini, Carol Becker e Mario De Micheli, è stata realizzata è stata realizzata con il sostegno della BNL - Gruppo BNP Paribas e con il patrocinio della Regione Toscana, Provincia di Firenze, Comune di Firenze.

Fino al 25 ottobre, orario 10-17, chiuso martedì e giorni festivi

 










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