Arezzo, 11 marzo 2008 - Il caso Raspanti è chiuso. A sorpresa, in poche ore, quando tutti si aspettavano un processo lungo e faticoso. Che sarebbe finita a tempo di record lo sapevano soltanto (ma se lo sono tenuti per se fino all’ultimo) il Pm Julia Maggiore e gli avvocati difensori Piero Melani Graverini e Leone Provenzal, che da qualche giorno avevano definito il patteggiamento per il promotore finanziario, ex presidente del Volley Arezzo, protagonista di un crack fra i due e i tre milioni di euro.
Tre anni e sei mesi la condanna concordata. In apparenza una sentenza non proprio leggerissima, ma in sostanza la morale è quella classica della scuola di vita napoletana: chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato. Della pena Roberto Raspanti non sconterà in carcere neppure un minuto, fra indulto e affidamento in prova ai servizi sociali. Di più: il patteggiamento inibisce eventuali risarcimenti in sede penale. Per provare a rivedere qualcosa dei risparmi perduti gli investitori (ce ne è qualcuno che ci ha rimesso 700 mila euro da solo) dovranno rivolgersi alla giustizia civile. I cui tempi, si sa, sono quasi biblici.
In questa storia, insomma, alla fine ci perdono tutti o quasi. I clienti, che per ora non recuperano il becco di un quattrino, e lo stesso Raspanti che da quarantenne rampante, sulla cresta dell’onda con la squadra di pallavolo in serie A2, si trasforma in un cinquantenne disperato, persino senza un lavoro dopo che ha esaurito il contratto di operaio raccoglitore di frutta per una ditta agricola di Civitella. Ci rimettono persino i suoi familiari: stando al capo di imputazione, fra le vittime delle spericolate operazioni finanziarie del promotore della San Paolo Invest ci sono anche la moglie, la cognata e il suocero.
A dirlo in breve, la cronaca di un 'buco' annunciato che comincia male e finisce pure peggio. La data d’inizio è quella dell’ultima domenica di marzo del 2006. Quelli del Volley aspettano Raspanti alla partita con la capolista Taranto ma lui non si fa vedere. Peggio: da allora non lo vede più nessuno dei conoscenti fino al 18 maggio, quando il promotore torna in circolazione nella veste di operaio agricolo, rovinato dai suoi affari azzardati. In effetti, Raspanti è andato ad autodenunciarsi alla procura di Firenze, assistito dall’avvocato Guglielmo Mossuto fin dal lunedì successivo alla fuga, prima ancora che nella sede del Volley comincino a piovere gli assegni a vuoto, segno tangibile del crack. Ce ne sono per 300 mila euro ma la falla è molto più grande, sicuramente milionaria, con risparmiatori che si erano affidati al promotore sicuri della sua affidabilità e si ritrovano con un pugno di fogli che valgono quanto la carta straccia.
Un’odissea sfociata dopo due anni di indagini nel processo di ieri, suggello di una trattativa fra Pm e difensori che era partita da una pena base scontata poi di un terzo per il rito e di un altro terzo per le attenuanti generiche. In pratica, Raspanti se l’è cavata con circa un mese di continuazione per ciascuno dei 29 capi di imputazione, cinque in più delle lettere dell’alfabeto utilizzate per contrassegnare i vari punti, che andavano dalla A alla Z5. Il giudice Vincenzo Denaro ha dichiarato condonati per indulto tre dei tre anni e mezzo della pena. Resterebbero sei mesi di carcere, ma per situazioni così lievi la legge prevede l’affidamento in prova. Quando gli arriverà l’invito a presentarsi in cella, all’ex presidente del Volley basterà cercarsi un’associazione di beneficenza o assimilata che lo prenda sotto la propria ala. Sarà sicuramente più facile che ritrovare un lavoro e la stima bruciata in un vorticoso giro di carte fasulle e firme inventate.
Salvatore Mannino
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