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I 150 ANNI DE 'LA NAZIONE'

Il direttore che portò il giornale alle donne

Conosciamo i personaggi che hanno fatto grande la storia de 'la Nazione': Celestino Bianchi lanciò moda e romanzi per conquistare il pubblico femminile

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La Nazione, i 150 anni Firenze, 9 gennaio 2009 - Si ha un bel dire che la forza di un giornale la fanno le idee. Ma se non ci fossero i direttori capaci di trasformarle in fatti, di incarnarle nella cronaca di ogni giorno, di renderle comprensibili ai lettori, sarebbe una fatica inutile e tanto varrebbe scrivere un saggio per pochi intimi. In 150 anni, La Nazione di personaggi del genere ne ha avuti in quantità. E sempre, guarda caso, nei momenti di crisi. A loro si è ricorsi quando le cose si mettevano al peggio.

 

Il primo, fra i tanti, aveva baffi e capelli bianchi, un volto austero, piccoli occhiali sopra un naso adunco, un accenno di pizzo tipicamente risorgimentale. Si chiamava Celestino Bianchi, era nato a Marradi, ed era il braccio destro del Ricasoli fin dai giorni del governo toscano. Aveva con suo fratello Beniamino una tipografia che poi sarebbe passata a Gaspare Barbera, il primo stampatore de La Nazione. Ma soprattutto era un giornalista. E in epoca lorenese, aveva diretto Il Nazionale, un quotidiano che il Granduca aveva fatto chiudere, perché troppo critico verso la sua famiglia e la sua politica. Celestino Bianchi era accanto al Barone di Ferro quando questi, rivolto al Piccioni al Fenzi ed al Cempini, disse semplicemente "per domattina voglio il giornale". In pratica quando nacque La Nazione. E del quotidiano fiorentino fu per 12 anni la mente, anche se non amava apparire. E allora, perché scese in campo il 31 dicembre del 1871, per restare direttore del quotidiano fiorentino fino al 29 giugno del 1885? E non gli bastava essere deputato al parlamento italiano dopo essere stato segretario generale del governo toscano, poi segretario agli Interni nell’Italia unita con Ricasoli presidente del consiglio?

 

Il fatto è che alla metà degli anni Sessanta Firenze, pur diventata capitale, viveva giorni difficili. C’erano i nostalgici dei Lorena, c’erano i repubblicani, c’erano semplicemente i nemici del Ricasoli. E La Nazione era in mezzo alla tempesta. Si arrivò al punto di accusare il Barbera, e con lui il Celestino Bianchi, di aver rubato una macchina di stampa al tipografo Soliani, la macchina con la quale stampavano, per l’appunto, La Nazione. Finì a querele, e Barbera e Bianchi ebbero totalmente ragione. Inoltre erano anni difficili anche economicamente: Firenze si stava indebitando per ospitare il governo unitario, e La Nazione pure, a causa di un calo dei lettori. Fu così che Celestino Bianchi divenne direttore. E fu ammirevole la sua capacità di rilanciare il giornale. Come? Dando sempre più spazio alla cronaca. E inventando rubriche che ebbero un successo strepitoso, come quella della moda femminile. Fu con lui che in fondo alla prima pagina furono pubblicati romanzi a puntate, e i titoli, in precedenza su una sola colonna, presero ad occupare più spazio, mentre la pubblicità risaliva dall’ultima pagina, e invadeva anche le pagine centrali. E dunque Celestino Bianchi, uomo politico e intellettuale raffinato, rilanciò La Nazione perché seppe farne anche un giornale popolare. Meno attento alla politica e più vicino alla gente. Ma, in particolare, Bianchi scoprì un nuovo tipo di lettore: la donna. E non fu poca cosa. Nei giorni del referendum per l’annessione al Piemonte, proprio La Nazione ospitò un dibattito sul voto alle donne, e alla fine tutti furono d’accordo nel negarlo per due motivi. Il primo, perchè "far votare le donne è inutile in quanto non farebbero che raddoppiare il voto espresso dai mariti". Il secondo, "è cosa troppo seria il referendum, per sminuirne la credibilità col voto femminile".

Maurizio Naldini










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