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ROSIGNANO

"Ha dato la vita per la sicurezza"
L'ultimo saluto a Francesco Bellagotti

Tutta Rosignano si è stretta intorno ai familiari per l'ultimo applauso a Francesco Bellagotti, 32enne capitano del Castiglioncello, ucciso dalla benna di una ruspa mentre stava lavorando all'interno dello stabilimento 'Solvay'

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Livorno, i funerali di Francesco Bellagotti (foto Novi) Livorno, 19 novembre 2008 - La maglia numero 5, la stessa che indossava ogni domenica, la fascia di capitano e quel giaccone nuovo della divisa che ieri il magazziniere gli ha voluto portare, quel giaccone che lui aveva chiesto perché il suo era ormai vecchio. Tutta Rosignano si è stretta ai familiari per l’ultimo applauso a Francesco Bellagotti, il 32enne capitano del Castiglioncello che se ne è andato a fine turno di venerdì pomeriggio mentre stava lavorando, schiacciato dalla benna di una ruspa, all’interno dello stabilimento Solvay. Stabilimento dove gli operai hanno raccolto tante firme di solidarietà alla sua famiglia. Sono con lui i compagni di squadra in tuta biancoazzurra, in lacrime in quella cappella del cimitero di Rosignano Marittimo troppo piccola per contenere le centinaia di persone che ieri alle 15, dopo avergli reso omaggio fin dalla mattina, hanno voluto dare l’estremo abbraccio a questo ragazzo così amato.

 

Il suo allenatore Alberto Lazzerini, la società tutta, i vertici del Rosignano, perché Francesco è stato un ‘cuore biancoblù’, rappresentanti del Livorno, nelle cui giovanili aveva iniziato. Ci sono Roberto Tancredi, il presidente provinciale della Figc Sergio Ceccanti, le istituzioni, il sindaco Nenci, la direttrice e il responsabile relazioni esterne Solvay Michèlle Huart e Stefano Piccoli, i compagni di lavoro della ditta Galletti, di cui Francesco era dipendente. Ci sono i numerosissimi amici, tutti coloro che gli hanno voluto bene.

 

C’è una comunità intera stretta a babbo Adalberto, alle sorelle Roberta ed Erika, a Jessica 'che ti adora', dice Lazzerini con voce rotta dal pianto. 'Ciao Francesco, ciao grande capitano', l’ultimo commosso saluto del tecnico al termine della cerimonia officiata da don Cornelio Banchea, vice parroco di Santa Teresa. Cerca di dare conforto don Cornelio, coetaneo di Francesco. Sottolinea come l’amore superi la morte. L’amore del babbo, delle sorelle, che il sacerdote paragona alle sorelle di Lazzaro, l’amore di Jessica. Don Cornelio parla di morte inaccettabile come lo sono le morti dei giovani, "ma Francesco è in un’altra vita, più importante, a cui si è introdotti con la morte". Stigmatizza come sia inammissibile che "nel terzo millennio si muoia al lavoro, accadrà ancora perché l’ uomo ha dei limiti". Dice che Francesco «senza volerlo, senza saperlo» ha dato la vita per la sicurezza e noi dobbiamo impegnarci per lui.

 

"Cosa fa Rosignano per questo?", domanda don Cornelio, aggiungendo che non ci sono risposte ai perché sulla sua morte, a 'perché Dio non abbia voluto che questo ragazzo così buono continuasse a fare del bene'. Ma che 'l’unico indizio sta nella fede per non cadere nella disperazione'. La fine della cerimonia, 'dobbiamo congedarci da Francesco, ma non è un congedo, è un arrivederci', la lunga mesta fila per un’ultima carezza. Lo strazio di Jessica, di babbo, delle sorelle. Poi la bara portata dai suoi compagni, l’ultimo applauso. Ciao Francesco. Ciao grande capitano.

Cinzia Gorla










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