Spia, terrorista, fiancheggiatore? Niente del genere, solo un giovane e bravo fotografo dall’occhio attento e curioso. Tutte doti che si stanno rivelando un incredibile boomerang per Filippo Brancoli Pantera (nella foto), 30 anni di Lucca, finito al centro di un’incredibile vicenda internazionale
Lucca, 3 settembre 2008 - Dagli Usa hanno infatti sospeso da due mesi la sua richiesta di visto, perché risulta segnalato dai «servizi» americani come «sospetto». Una storia che sarebbe tutta da ridere, se non ci fosse in ballo il suo stesso futuro professionale. Ma ecco i fatti. Filippo è stato ammesso a una selezionatissima scuola di fotografia americana, il master annuale dell’International Centre of Photography di New York, solo trenta allievi per anno, scelti in tutto il mondo. E’ l’unico italiano, ma non può partire per gli Usa per iniziare il suo percorso di studio perché non gli viene rilasciato il visto, nonostante tutti i tentativi fatti presso il Consolato americano di Firenze. Il giovane lucchese, trentenne, giornalista pubblicista specializzato in fotogiornalismo, figlio di un noto avvocato che è consigliere comunale a Lucca, dopo aver frequentato nell’agosto del 2007 i corsi estivi dell’International Centre of Photography (Icp) di New York, ad aprile ha saputo di essere stato accettato al Master in fotogiornalismo per l’anno accademico 2008-2009. Così ha iniziato l’iter burocratico per poter partire.
E’ lui stesso a raccontarci la vicenda. «Il 16 luglio ho consegnato al Consolato americano di Firenze la documentazione per ottenere il visto e soggiornare un anno a New York — spiega Brancoli —. In un primo momento mi fu detto che non potevano darmi il visto perché avrebbero dovuto fare degli accertamenti da Washington sul mio conto. Un mistero. Sono incensurato e a mio carico non risultano neppure segnalazioni di alcun genere. Il funzionario del Consolato mi rivelò che c’era una segnalazione su di me proveniente dal Senegal. In effetti, nel maggio 2006 mi trovavo a Dakar, dove abita da molti anni un mio zio, per effettuare un reportage sulla Biennale d’Arte di Dakar e in quell’occasione scattai una foto a un’auto sulla quale rifletteva il sole, con un particolare effetto cromatico. La vettura non aveva alcun segno distintivo particolare, ma seppi poi dalla polizia locale che era di un funzionario dell’ambasciata Usa in Senegal».
E qui sta il guaio. «Un poliziotto senegalese — racconta Filippo — mi avvicinò dicendo che non potevo fotografare quell’auto e mi chiese di seguirlo al Commissariato. Lì, senza alcuna verbalizzazione, mi fu chiesto di cancellare la foto, cosa che feci in presenza dei poliziotti». Filippo pensava che fosse tutto chiarito. Invece no. Ha sollecitato più volte l’ambasciata, senza ottenere risposte e intanto il Master, di cui ha già pagato la prima rata di 10mila euro, inizierà i corsi il 5 settembre. Insomma, il giovane fotografo rischia di perdere un’opportunità decisiva per la sua vita, perché scambiato per una spia o chissà chi altro. Possibile, ci si chiede, che un cittadino rispettabile, selezionato tra i migliori fotografi di tutto il mondo, venga trattato così? Filippo incrocia le dita e spera che l’equivoco venga chiarito.
Emanuela Benvenuti
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