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Beffa atroce: licenziato
a tre mesi dalla pensione

L'assurda vicenda di un perito elettotecnico: dopo 40 anni lo mandano a casa a tre mesi dalla pensione. Dipendente della "Agile" rimane senza stipendio e contributi, nessuna certezza sulla cassa integrazione. Da tempo insegue il "riposo"

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Lavoro (Foto Brianza)
Lavoro (Foto Brianza)

Pontremoli (Massa Carrara), 3 ottobre 2009 - Aspetta da 5 anni il giorno della pensione. Ma, anche oggi che nessuna legge ha allontanato ancora il traguardo, in pensione Sante Talamini non può andarci. Mancano tre mesi poi la «finestra» si spalancherebbe. Mancherebbero in realtà, perché da tre mesi non prende stipendio né vengono versati i suoi contributi.

Ed i prossimi tre Sante Talamini, 57enne perito elettrotecnico che vive a Pontremoli e lavora da quaranta esatti in giro per l’Italia, li dovrà passare a casa: niente certezze sulla cassa integrazione. Un dramma dell’assurdo e, come nella commedia di Beckett, rischia di aspettare un «signor Godot» che non arriverà mai. E’ uno dei 2100 dipendenti della “Agile”, società venduta a Omega da Eutelia e al centro di una durissima battaglia sindacale. «Cerco di non pensarci, mi distraggo con i lavoretti di casa e i campi — racconta — Per fortuna mia moglie lavora, i due figli sono grandi. Se fosse successo tre anni fa sarei disperato come moltissimi miei colleghi: siamo oltre duemila, 280 solo in Toscana».

 La fortuna in realtà sembra essersi distratta con Sante Talamini. «Da cinque anni manco la pensione per un anno — spiega — Quando sono arrivato a 35 di lavoro hanno spostato il limite minimo a 37. A 36 avrei potuto andarci come lavoratore precoce ma hanno abolito l’abbuono. Un anno dopo pensavo di essere arrivato, e l’hanno portato a 39, e quando li ho raggiunti lo hanno alzato ancora. Ora i 40 anni ci sono tutti ma mi mancano tre mesi di stipendi e contributi. Come posso non essere arrabbiato? Non vedo un euro da metà giugno, compresi i rimborsi spese, hanno tutto il mio Tfr, una vita di contributi che hanno utilizzato e chissà quando mi daranno. Finora avevo accettato tutti i rinvii: c’era da riformare il sistema, e va bene. Ora basta!»

Una vita di lavoro cominciata a 17 anni per Sante Talamini, assunto all’Olivetti di Ivrea appena finiti i tre di studio come perito elettrotecnico all’istituto di Bagnone. «Avevo vinto due concorsi ma avevo scelto la Olivetti: la paga era di 70 mila lire, in Ferrovia ne avrei prese 35 e alla Siemens 40 — ricorda con amarezza Sante — Sono nato in Olivetti e rischio di morire in Agile, disoccupato e senza pensione. Nel ’70 sono passato a Tecnost che negli anni ’90 ci ha ceduti a Getronics, multinazionale olandese che 3 anni fa ha lasciato l’Italia: ha venduto tutto a Eutelia, compresi i nostri Tfr e tre anni di stipendi. Finita la riserva è arrivata la cassa integrazione: 5 giorni al mese a casa a turno. Da metà giugno siamo finiti in Agile e gli stipendi non sono più arrivati. In tre abbiamo continuato a seguire i 1800 computer dell’Asl 1: come fai a non andare quando ti chiamano dal pronto soccorso o dalla rianimazione? Ora l’appalto è saltato e non c’è più neppure il lavoro, in azienda non troviamo nessuno».

L’unica speranza per Sante Talamini ed i colleghi è l’atto giudiziario con cui hanno chiesto di invalidare la cessione per farsi “riassorbire” da Eutelia. «Mi hanno chiesto di ritirarla dicendo che lì non c’è spazio per me, ma licenziato da uno o dall’altro è uguale — conclude amaro — Pochi giorni fa eravamo a manifestare a Roma e siamo stati caricati: nell’autunno caldo del ’69 ero a Ivrea, credevo che da allora avessimo fatto progressi invece. Che delusione, lascio ai miei figli un mondo peggiore di quello ereditato da mio padre».

Emanuela Rosi










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