Dopo la mafia cinese e lo spaccio magrebino adesso anche i criminali pachistani. Un aspetto che nessuno conosceva di una comunità silenziosa. Secondo il gip Alessandro Moneti, che ha firmato le sei ordinanze di custodia cautelare in carcere, la banda avrebbero agito con metodi al limite del mafioso
Prato, 29 marzo 2008 - E’ la faccia della comunità pakistana che nessuno conosceva: non quella dei tanti immigrati che lavorano anche 18 ore al giorno, esperti tessitori o instancabili muratori, casa e famiglia e moschea (o chiesa, a seconda delle convinzioni personali), ma quella di chi, dicono i carabinieri, avrebbe voluto approfittare di quest’anima pacifica e tollerante per imporre la legge del più forte. Taglieggiando, ricattando, sequestrando, bastonando e forse intimando anche la fedeltà ad una fazione politica piuttosto che un’altra.
Secondo il gip Alessandro Moneti che ha firmato le sei ordinanze di custodia cautelare in carcere chieste dal sostituto procuratore Sergio Affronte, avrebbero agito con metodi al limite del mafioso i membri dell’associazione a delinquere arrestati la scorsa notte dai carabinieri del nucleo investigativo, diretti dal maggiore Nicola Notari, in via Baracca, via Ferrucci, via Franklin, via Mascagni, via Torino e via Barsanti. I reati contestati a Muzamal Hussain (42enne, abitante a Prato), Qamar Hussani (39enne, residente a Montemurlo), Sajawal Khan (33enne, abitante a Prato), Zafar Mohammad (41enne, abitante a Prato) e Gulzar Ahmed (45enne, abitante a Prato) sono associazione per delinquere finalizzata alla commissione di sequestri di persona, estorsioni, lesioni personali volontarie e minacce con l’aggravante dell’uso di armi improprie nonché favoreggiamento dell’ingresso e permanenza in Italia di clandestini. Un altro pakistano, latitante, è ricercato.
L’operazione Islamabad trae origine da una estorsione commessa in città nel febbraio 2007: il gruppo criminale aveva preso di mira un imprenditore, loro connazionale e, per imporgli il pagamento di somme di denaro o l’equivalente in oggetti di valore se non addirittura la partecipazione societaria, non aveva esitato a ricorrere, in più circostanze, all’uso della forza, anche picchiandolo o prendendolo a bastonate. La ribellione del malcapitato consistette nel denunciare i suoi ricattatori ai carabinieri. Sarebbe emerso così che non si trattava di un caso isolato, ma che all’interno della pacifica comunità pakistana si stava creando una vera e propria banda della quale Muzamal sarebbe stato, secondo gli investigatori, il capo indiscusso, Qamar e Sajawal i luogotenenti e gli altri la manovalanza. Il gruppo avrebbe potuto contare anche su tre fiancheggiatori esterni, attualmente indagati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e detenzione di droga a fini spaccio.
L’indagine si sarebbe protratta fino all’ottobre successivo, fra altre denunce di estorsioni tentate e consumate (le richieste oscillavano dai 3mila ai 5mila euro), pestaggi apparentemente inspiegabili. Quattro sarebbero comunque gli episodi più gravi sui quali si è concentrata l’attenzione degli inquirenti. Fra questi il sequestro di persona, effettuato - secondo l’accusa - da membri della banda in trasferta a Viareggio dove prelevarono il cugino di un imprenditore edile pakistano di Prato. L’ostaggiosarebbe rimasto in balia dei rapitori alcune ore, durante le quali il parente sarebbe stato contatattato e ricattato: in sostanza avrebbe dovuto cedere partecipazioni societarie in cambio dell’incolumità del parente. L’imprenditore non avrebbe ceduto e il cugino fu rilasciato sia pure in condizioni precarie. Nel corso dell’indagine sarebbe emerso che la banda sfruttava a proprio vantaggio economico il sogno di entrare e rimanere in Italia dei connazionali: per un permesso di soggiorno falsificato ceduto ad un clandestino di Correggio avrebbero intascato anche ottomila euro.
Autentici sono invece i permessi di soggiorno di cui godrebbero i cinque arrestati, alcuni dei quali vivono con la famiglia, facendo gli operai. Nel corso dell’indagine sarebbe emerso anche un 'fumus' di politicizzazione nelle scorribande del gruppo, sul quale però gli inquirenti mantengono un certo riserbo. Un pakistano residente a Prato sarebbe stato aggredito e malmenato perché non aveva partecipato ad una riunione politica ritenuta molto importante. Uno degli arrestati risulta indagato in Patria per un fatto di sangue scatenato dalla faida politica mai sopita, tanto che la sua identità era stata divulgata alle polizie internazionali perché venisse tenuto sotto controllo.
Laura Gianni
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