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Fidias, 40 licenziamenti. "Ma l'azienda va avanti"

Dal 2002 a oggi la Fidias ha perso oltre due milioni di crediti non riscossi a causa dei fallimenti di molte aziende tessili che erano sue clienti. Nell'accordo raggiunto tra azienda e sindacati in un clima collaborativo c'è la mobilità per 40 su 89. E' previsto un incentivo di 7 mila euro a testa

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Industria tessile di Prato in crisi Prato, 25 luglio 2008- "I figli non si abbandonano, anche se non vengono proprio come si vorrebbe, li si amano sempre e non si lasciano". È la dichiarazione d’amore di un babbo, non così scontata come sembrerebbe anche perché il figlio, anzi la figlia, in questione è un’azienda, la Fidias. Ed è proprio per amore della Fidias, che il “babbo” Marino Gramigni ("io ho due figlie: una fa l’avvocato e l’altra è questa azienda") non molla e va avanti a 73 anni, pur di fronte a una crisi pesante che riduce i margini di guadagno. Andare avanti, però, ha un costo. All’imprenditore Gramigni (in società con la famiglia Baldacci) costa un bel po’ di soldi e la garanzia dei beni personali per ottenere i finanziamenti necessari, mentre il costo in termini occupazionali è particolarmente pesante: quaranta esuberi (quindi licenziamenti) su un organico di ottantanove dipendenti a tempo indeterminato.

 

Una scelta dolorosa, "che mi ha turbato molto" confessa Gramigni. Ma proprio mentre dice questo, l’imprenditore pratese “doc” ("se non fossi nato a Prato non vorrei essere venuto al mondo", dice citando Malaparte, tanto per non farsi mancare nulla), con una certa somiglianza con Gino Cervi, nonostante tutto, manifesta tanto ottimismo: "Io sono sicuro che Prato ce la può fare anche questa volta. Ce l’abbiamo fatta in passato e ce la faremo ancora. Credo che l’accordo tra impannatori e terzisti sui compensi di lavorazione (nato all’interno del tavolo di filiera voluto dalla Uip, ndr) sia un fatto storico, mai era accaduto questo". La crisi, però, va a toccare un altro pezzo storico del distretto pratese come la Fidias, una rifinizione nata nel 1938 e che negli anni d’oro, più o meno fino ai primi anni Novanta, poteva contare anche su centosessanta dipendenti, mentre ora arriva a cento grazie ai contratti a termine.

 

L’accordo con i sindacati è arrivato al termine di una trattativa abbastanza anomala nei tempi (appena due giorni), nel clima (molto disteso e collaborativo tra le parti) e nell’annuncio pubblico dell’esito finale anche da parte dell’imprenditore. Tra i quaranta che andranno in mobilità solo cinque o sei sono prossimi alla pensione, per gli altri si tratterà di trovarsi un nuovo posto di lavoro, cosa non facile di questi tempi. L’accordo prevede un incentivo all’esodo di 7mila 700 euro a testa.

 

Spaziando dagli anni epici del tessile a Prato fino alle difficoltà di oggi, Gramigni spiega i motivi che hanno portato al doloroso taglio di personale, quasi il 50% dei dipendenti. "Fino a qualche tempo fa la crisi si faceva sentire, ma era sopportabile, in qualche modo si tirava avanti — spiega Gramigni — ma da quando c’è questa bolla speculativa, perché tale è secondo me, con l’aumento delle bollette energetiche e delle materie prime il fare prodotti con scarso valore aggiunto non è più proponibile". Gramigni non ama parlarne, ma in questi ultimi anni la sua azienda è stata danneggiata da numerosi fallimenti di ditte sue clienti che hanno portato alla perdita di 2 milioni e 200mila euro di crediti mai riscossi e a una contrazione del fatturato di 7 milioni di euro. Tenendo conto che adesso la Fidias fattura 13 milioni di euro all’anno, è facile vedere quanto questo abbia inciso.
Da qui la necessità di riposizionare l’azienda su una fascia di prodotto più alta, riducendo i volumi e quindi, inevitabilmente, l’organico. "Dobbiamo anche puntare sul servizio alla clientela, a partire dai tempi di consegna sempre più rapidi che ci sono richiesti. oggi non esiste più la programmazione dei prodotti basici, ma è tutto un inventarsi prodotti nuovi in continuo contatto con la clientela", sottolinea Gramigni, una vita per il tessile, che ogni mattina continua ad alzarsi alle 5 e mezzo per venire a lavorare.

 

E’ un tessile diverso, profondamente cambiato rispetto a quello che ha conosciuto dall’età di 14 anni quando entrò per la prima volta in fabbrica. Un tessile che utilizza sempre più macchinari tecnologicamente avanzati, ma che non deve perdere la capacità di far valere le professionalità e l’esperienza dell’uomo. "Non basta schiacciare un bottone e fare tutto in modo automatico — dice Gramigni — ci vuole sempre il cervello umano per far funzionare tutto e fare un prodotto migliore di altri". Adesso, però, per fare un prodotto competitivo bisogna riposizionarsi e certo fare investimenti. Gramigni è prudente: "In questa situazione congiunturale bisogna essere molto oculati e graduali negli investimenti, non possiamo più campare di approssimazione".

 

Che il tessile sia tuta la sua vita lo si capisce dalla passione con cui ne parla. Anche adesso che deve amaramente tagliare metà azienda non perde la carica, la grinta, l’amore per il suo lavoro. "Quest’azienda mi ha dato tanto negli anni scorsi e ora ci metto un po’ del mio guadagno per farla andare avanti" ha detto durante la trattativa, commuovendo anche i sindacalisti. «Io debbo ringraziare i rappresentanti sindacali e le Rsu — dice Gramigni — perché hanno capito la situazione e hanno colto l’aspetto positivo del mio impegno personale per portare avanti l’azienda». Un impegno che avviene in un momento particolare, in cui scommettere sul tessile sembra un azzardo. "Però adesso si respira un nuovo clima di collaborazione, l’accordo con gli impannatori è un fatto storico. Prato può farcela".  A guardare i numeri della crisi del distretto e l’impietoso bollettino quotidiano di chiusure e riduzioni di personale, riesce difficile credere in un futuro roseo del tessile a Prato. Ma finché ci saranno imprenditori appassionati come Gramigni la speranza non sembra poi così folle.

Roberto D. Papini

 









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